<p>É un cannone navale progettato da <strong>Ansaldo </strong>e <strong>Odero Terni Orlando </strong>nel periodo tra le due guerre, sulla base di un cannone che il Regno d'Italia ottenne nell'insieme delle navi e degli armamenti corrisposti dall'Impero austro-ungarico in seguito alla conclusione della Prima Guerra Mondiale. Come parte dell'indennizzo di guerra all'Italia arrivarono 2 incrociatori leggeri Helgoland e 4 cacciatorpediniere di classe Tàtra. Proprio queste ultime sono equipaggiate con cannoni <strong>Skoda K10</strong> da 100 mm dalle ottime prestazioni. Su impulso della Regia Marina, gli Stabilimenti spezzini iniziano a lavorare per produrre una copia. In un primo momento si farà un tentativo con il 100/47 mod. 1924 che, a differenza dell'originale Skoda, era costituito da un impianto binato. Da quel modello verranno sviluppate altre versioni migliorate, sino al 1937, quando viene progettato il cannone più efficace, costruito concretamente l'anno successivo e idoneo a sostituire i pezzi da 100/47 mod. 1931 che equipaggiavano le nuove torpediniere italiane di tipo PN, ma che non si erano rivelati soddisfacenti. </p>
<p>Il <strong>100/47 mod. 1937</strong> tiene conto di tutte le esperienze fatte con i modelli precedenti ed è stato studiato per l'imbarco sui sommergibili (Glauco, Marcello, Cappellini, Liuzzi, Marconi, Cagni, Sirena, Perla, Adua, Argo, Acciaio, Flutto, Foca e Brin) su unità minori, come alcune navi ausiliarie e su unità maggiori come le nuove torpediniere del tipo PN. Rispetto al mod. 1931, già con la versione successiva del 1935 la Odero Terni Orlando era riuscita a superare il limite dell'alzo, che da 45° era aumentato a 60°, garantendo così anche la difesa contraerea che costituiva una impellente necessità per le navi da guerra. Il mod. 1937 aggiunge al precedente uno scudo più ampio, e viene imbarcato sulle torpediniere delle classi "Spica", "Orsa", "Ariete", "Animoso" e sulle corvette della classe "Gabbiano". </p>
<p>Il <strong>semovente d'artiglieria corazzato </strong>da <strong>75/18</strong> viene progettato dall'<strong>Ansaldo</strong> a partire dal 1938, come dotazione per le unità corazzate del Regio Esercito nel quadro del programma di potenziamento deciso dallo Stato Maggiore in quegli anni. Si tratta di un normale obice da campagna, leggermente modificato per limitare l'ingombro, montato sullo scafo del carro <strong>M13/40</strong>, oppure, come nel caso dei modelli successivi, sugli scafi di carri <strong>M14/41 </strong>e <strong>M15/42</strong>. I semoventi in questione differiscono dal modello M13/40 solamente per l'armamento secondario presente sul tetto della camera di combattimento, costituito da una mitragliatrice breda cal. 8 mod. 38. </p>
<p>Fu un mezzo efficace sul campo di battaglia, senza considerare che era più economico da produrre rispetto a un carro armato standard. Il teatro di guerra in cui venne sfruttato maggiormente fu la campagna d'Africa, dove venne assegnato al 132° Reggimento di Artiglieria della Divisione Corazzata Ariete. Venne considerato un carro temibile, utilizzato con funzioni di appoggio alla fanteria e ai carri armati, assalto e arresto, interdizione e controbatteria. La sua corazzatura frontale gli conferiva inoltre una protezione pari a quella degli altri carri dell'Asse. </p>
<p>L'<strong>obice 75/18 </strong>viene progettato nell'ambito del processo di ammodernamento delle artiglierie italiane degli anni 30' del 1900, quando il Regio Esercito emise le specifiche per un nuovo materiale da destinare all'artiglieria divisionale. La richiesta prevedeva alcune caratteristiche fondamentali che il nuovo sistema avrebbe dovuto possedere, quali un'elevata mobilità, una gittata di circa 10 km e un ampio settore orizzontale di tiro. Andava inoltre tenuto conto della semplicità di smontaggio e di rimontaggio, in modo da poter trasportare l'obice tramite ippotraino, favorendone il someggio. </p>
<p>Il prototipo, progettato dal colonnello del servizio tecnico <strong>Berlese</strong>, è del 1932. L'obice 75/18 è il primo pezzo d'artiglieria da campagna con affusto a deformazione di progettazione e costruzione interamente italiane e il brevetto appartiene all'<strong>Ansaldo - Pozzuoli. </strong></p>
<p>Agli Stabilimenti meccanici spezzini della <strong>Odero Terni Orlando </strong>ne vengono commissionati diversi esemplari, in due versioni: modello 34 e modello 35, che fu destinato a batterie a cavallo e a batterie motorizzate. I nuovi obici vengono destinati ad equipaggiare le Divisioni di Fanteria, e si rivelano ottimi per via della loro leggerezza e versatilità e per gli ampi settori di tiro in direzione ed elevazione, nonostante la gittata non particolarmente elevata (9.500 m). Ma il vero vantaggio dell'arma sta nel suo essere facilmente smontabile da una squadra di uomini addestrati, che impiegavano cinque minuti per completare l'operazione. </p>
<p>L'obice 75/18 ebbe largo uso nella campagna di Grecia (1940-1941), operando nelle divisioni Venezia, Ferrara, Cuneo e Puglie, ma si fece apprezzare anche nel mercato internazionale e venne venduto a Portogallo, Venezuela, Bolivia e Ecuador. </p>
<p>La stessa bocca da fuoco venne poi modificata e adattata per essere montata come semovente su scafo del carro M13/40.</p>
<p>L'obice campale <strong>149/19</strong> ha la sua origine negli anni 30', quando lo Stato Italiano diede il via ad un processo di ammodernamento delle artiglierie utilizzate dall'esercito. Fino a quel momento, gli obici più diffusi per la difesa nazionale erano i 149/12 prodotti su licenza tedesca Krupp, ma la loro gittata era limitata a 6000 m circa. Così, si decide di realizzare un nuovo obice, simile al precedente per calibro ma più sofisticato destinato ad armare le batterie di Corpo d'Armata. La Direzione Superiore del Servizio Tecnico Armi e Munizioni affida il progetto all'Ansaldo e all'<strong>Odero Terni Orlando</strong>, che presenterà il primo prototipo nel 1933. Tre anni dopo, il Ministero della Guerra espresse la preferenza proprio per il modello presentato dalla OTO, che continuò a sviluppare l'obice sino al 1937, anno in cui venne messo in funzione. Le modifiche continuarono sino al 1941, quando, a guerra già inoltrata, entrò ufficialmente in uso, sebbene in quantità limitata. E' comunque da considerarsi un ottimo obice con sviluppate capacità balistiche che garantirono il suo utilizzo sino agli anni 50' del 1900. </p>
<p>La bocca da fuoco è costituita da un manicotto, da un tubo anima inserito a caldo a forzamento e da un blocco di culatta con filettatura, avvitato a freddo. La culatta, di forma prismatica, presenta inferiormente un'appendice di unione della bocca da fuoco agli organi elastici e posteriormente il dente di appoggio per la mensola dell'otturatore. Il meccanismo di chiusura è ad otturatore a vitone, a manovra rapida. La tenuta ermetica risulta assicurata da un anello plastico interposto tra la testa a fungo e la faccia anteriore del vitone. </p>
<p>La realizzazione del cannone campale <strong>75/27</strong> rappresenta per la Vickers Terni un momento fondamentale, poiché la società ha completato da poco l'edificazione degli Stabilimenti meccanici spezzini e si ritrova a gestire le prime grandi commesse per lo Stato Italiano.</p>
<p>E' nel 1912 che il Ministero della Guerra commissiona alla <strong>Vickers Terni </strong>una grande fornitura di cannoni da campagna da 75 mm mod. 1911, di disegno francese (<em>Compagnie des Forges de Chatillonm, Commentry et Neuves Maisons</em>), ideati dal colonnello <strong>Joseph Albert Déport</strong>. Questo pezzo, che originariamente avrebbe dovuto equipaggiare circa 140 Batterie formate da materiali obsoleti, fu prodotto dal consorzio di 27 ditte italiane presieduto dalla Vickers Terni e dalla Società Acciaierie di Terni, ma la sua produzione venne rallentata dai ritardi nell'invio dei disegni tecnici da parte francese e dalla difficoltà nel trovare omogeneità tra le attrezzature delle varie aziende. La consegna scalò dall'ottobre 1913 alla fine dell'anno successivo, e, nel 1915, con l'entrata ufficiale dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale, il Regio Esercito aveva a disposizione i suoi cannoni.</p>
<p>Gli Stabilimenti spezzini della Vickers Terni produssero un totale di 1400 cannoni, per lo più destinati allo Stato Italiano, anche se, dopo la fine della guerra alcune batterie vennero cedute a Polonia e Spagna. Sebbene il modello Deport non fu l'unico esemplare di cannone da 75 utilizzato durante il conflitto (la maggior parte delle batterie campestri utilizzavano il cannone KRUPP), questo si rivelò fin da subito un'arma ottima, specie se rapportata al corrispondente da 8 cm M5/8 dell'artiglieria austro-ungarica. A garantire il suo successo furono sicuramente l'affusto a doppia coda ed il meccanismo di alzo e brandeggio, che consentivano un elevato settore di tiro in elevazione e in direzione, in modo da rendere il cannone utile nel tiro contraerei di sbarramento e nel tiro arcuato contro obiettivi più lontani, similmente a come agiva un obice. </p>
<p>Il <strong>velivolo da caccia M. V. T.</strong> (Marchetti - Vickers - Terni) prende il nome dell'ingegnere <strong>Alessandro Marchetti</strong>, che collaborò con la Vickers Terni durante gli ultimi anni della Prima Guerra Mondiale, un periodo di lavoro intenso per gli Stabilimenti spezzini, che, edificati da pochissimi anni, si trovarono a dover fronteggiare le numerose ingenti richieste di artiglieria da parte dello Stato italiano. </p>
<p>L'aereo rappresenta un primo tentativo, da parte dell'azienda, di tastare il terreno nel settore aereonautico. Negli stessi anni erano stati costruiti anche dei velivoli di tipo FARMAN di brevetto francese destinati alla Scuola di Volo di Coltano. </p>
<p>L'aereo M. V. T. era un mezzo all'avanguardia per via del largo ricorso a parti metalliche nelle ali e nella fusoliera.</p>
<p>Nel 1919 raggiunse i 250 km/h, stabilendo il record mondiale di velocità non ufficiale.</p>